925 miliardi di dollari. È quello che vale il fondo sovrano dell'Arabia Saudita, il PIF, che ufficialmente non ha più soldi da mettere su LIV Golf.
Il 30 aprile il PIF ha annunciato che dopo questa stagione non finanzierà più il circuito che ha creato nel 2022. Yasir Al-Rumayyan, governatore del PIF, architetto di LIV e presidente del suo consiglio, si è dimesso. Tradotto: il progetto ha perso il suo padrino politico dentro la struttura del potere saudita. In cinque anni il PIF ha bruciato tra i 5 e gli 8 miliardi di dollari per finanziare un torneo che non ha mai fatto utili, non ha mai conquistato gli spettatori, e a un certo punto è diventato semplicemente un peso. Adesso la storia entra nella fase più interessante. E meno raccontata.
Secondo Bloomberg, LIV Golf sta preparando il terreno per una possibile dichiarazione di bancarotta negli Stati Uniti, scegliendo di trasferire la sede controllante dall'isola di Jersey e dal Regno Unito agli Stati Uniti. Sul tavolo c'è anche un piano alternativo: il CEO Scott O'Neil sta cercando di raccogliere 250 milioni di dollari da nuovi investitori, sostenendo che la lega possa diventare profittevole in due anni, abbassando drasticamente la sua precedente previsione di dieci. Nessuno crede davvero a quel numero. Quindi la pista più seria è l'altra: bancarotta.
E qui sta il punto.
Il sistema fallimentare statunitense, il famoso Chapter 11, è il più favorevole al debitore di tutto il mondo. Una volta che LIV deposita il fascicolo in un tribunale americano, scatta l'automatic stay: tutti i creditori vengono congelati, in America e all'estero. La società continua a operare durante la ristrutturazione. E, soprattutto, può rinegoziare o cancellare i contratti che non vuole più onorare. Quei contratti garantiti da nove cifre con Jon Rahm, Bryson DeChambeau, Dustin Johnson. Spariscono. I giocatori diventano creditori non garantiti, in fila a contendersi gli avanzi di un patrimonio in liquidazione. Pennies on the dollar, come dicono in America.
Il PIF, intanto, dov'è? Non al tavolo della bancarotta. Il fondo saudita è il finanziatore di LIV, non il firmatario dei suoi contratti. Per il principio fondamentale del diritto societario, la responsabilità limitata, il PIF perde solo quello che ha già investito. Tutto il resto, i miliardi di obblighi residui verso atleti, sponsor, fornitori, restano sui conti di una società in via di dissolvimento. Il fondo, protetto dall'immunità sovrana e dalla struttura societaria, si allontana dal disastro con la stessa eleganza con cui un giocatore di scacchi sacrifica un pezzo che non gli serve più.
C'è qualcosa di sublime, e di feroce, in tutta questa architettura. L'esperimento più costoso della storia recente del golf, finanziato dalla cassaforte più ricca del pianeta, è atterrato sui campi come una bomba. Ha sconvolto il PGA Tour. Ha pagato cifre folli ai giocatori. Ha forzato la mano del sistema sportivo americano. Adesso, quando il sipario sta per calare, è proprio il sistema legale americano a tendere il braccio al fondo saudita, permettendogli di uscire pulito e lasciando in piedi soltanto chi non poteva permettersi di firmare gli assegni: gli atleti americani che hanno legato la loro carriera a questa scommessa.
Non è un salvataggio nel senso tradizionale. Nessun dollaro pubblico viene speso. Ma sostanzialmente sì, lo è. È il diritto fallimentare americano che fa il lavoro pesante di proteggere il PIF dalle conseguenze contrattuali della sua stessa scommessa. È la giurisdizione americana che insulta i propri atleti facendo da scudo al loro ex datore di lavoro saudita. Tecnicamente legittimo. Eticamente, un caso da manuale di come la struttura societaria, l'immunità sovrana e la legge fallimentare possano trasformare un fallimento da otto miliardi in una manovra strategica pulita.
I giocatori si stanno già muovendo. Secondo Golf Digest, gli agenti di diversi LIV stanno tornando a parlare con il PGA Tour. Pochi otterranno l'esenzione incondizionata concessa a Brooks Koepka. Chi ha firmato la causa antitrust contro il Tour rischia anche sanzioni disciplinari aggiuntive. Hanno bruciato i ponti per accettare gli assegni del PIF, e quegli assegni adesso stanno per essere annullati per via giudiziaria. Bagno di realtà per chi pensava che il denaro infinito fosse davvero infinito.
DeChambeau, il cui contratto scade alla fine della stagione, ha già detto che se LIV crolla e il PGA Tour non lo riprende, giocherà solo nei tornei dove è ben accolto e si dedicherà al suo canale YouTube. Detto da uno che, in cinque anni di LIV, ha incassato cifre da capogiro come pochi altri in carriera. Rahm, vincolato ancora per qualche anno, ha ammesso di "non vedere molte vie d'uscita" dal contratto. Adesso una via d'uscita, paradossalmente, gliela potrebbe dare proprio una bancarotta dichiarata dalla parte che gli deve i soldi.
Resta una domanda che non riguarda solo il golf. Perché un sistema legale pensato per dare una seconda possibilità a chi davvero non ce la fa più viene usato come uscita di sicurezza da un fondo che non ha mai avuto un problema di liquidità? Perché siamo arrivati a un punto in cui la cassa sovrana più potente del pianeta può fare un esperimento da otto miliardi, rivoltare un'intera industria, e poi rimettere tutto in ordine con un deposito in un tribunale americano?
Tra due settimane LIV gioca in Corea del Sud. Sul campo, le cose continuano come se nulla fosse. Lontano dal campo, in un ufficio americano, qualcuno sta già firmando i moduli per chiudere la partita prima ancora che si veda chi ha vinto.