Tiger Woods è passato per Stanford. Scottie Scheffler per il Texas. Jon Rahm e Phil Mickelson per l'Arizona State. Collin Morikawa per Berkeley. Il golf universitario americano produce campioni con regolarità industriale, e ognuno ha la sua porta d'accesso. Quella di Riccardo Fantinelli è Princeton. E se la storia continua come sembra voler continuare, l'Italia del golf potrebbe avere finalmente trovato il nome che cercava da vent'anni.
Il 6 maggio 2026 il romano di Princeton è stato annunciato come prima testa di serie individuale dell'intero campionato NCAA. Tre volte Ivy League Player of the Year, secondo in assoluto a riuscirci dal 2009, il primo mai di Princeton. A ventitré anni, è il giocatore amatoriale più visibile del golf americano.
Per capire Riccardo Fantinelli bisogna cominciare da sua madre. Da come ha cresciuto lui e suo fratello Christian negli anni in cui suo marito lavorava all'estero, dal metodo che gli ha trasmesso, dalla calma con cui ha gestito una vita che, a guardarla dall'esterno, sembrava ingestibile. "Se oggi riesco a conciliare sport e studio," dice Fantinelli, "lo devo soprattutto a mia madre. Mi ha insegnato metodo, disciplina, organizzazione."
Geograficamente, la traiettoria non è semplice da disegnare. Roma, prima di tutto. Poi Il Cairo, dove la famiglia si trasferisce quando Riccardo ha un anno, e dove nasce Christian. Dopo qualche anno, di nuovo Roma. Tra i nove e i dieci anni, Malta. Roma ancora. A quattordici anni, l'Inghilterra: Whitgift School, nel Surrey, intervallata da qualche mese a Roma durante le chiusure del Covid. Poi Reeds School, sempre nel Surrey, per gli ultimi due anni di scuola superiore. Infine Princeton, dove sta chiudendo il quarto e ultimo anno.
Il golf è entrato per via di suo padre. Riccardo aveva quattro anni quando ha visto il primo campo: il Kattameya Golf Club, Il Cairo. Si svegliava alle cinque del mattino per seguirlo al driving range prima che il sole egiziano diventasse insopportabile. Ascoltava il maestro spiegare in inglese, parola che ancora non capiva. I suoi primi ferri erano ferri da adulto: troppo grandi, troppo pesanti, troppo lunghi. Per lui rappresentavano già un sogno.
Da lì non è più uscito. Primo handicap a sette anni e mezzo. Tornei dal giovedì pomeriggio alla domenica sera, partenze dopo la scuola, rientri nella notte. Si studiava in aeroporto, in macchina, negli hotel. A volte lo accompagnava il padre, a volte la madre con il fratello. Pierguido Caneo, il suo maestro italiano, lo seguiva ovunque. Anche in Inghilterra, dopo il trasferimento, Caneo lo raggiungeva regolarmente per gli allenamenti.
La nazionale è arrivata di conseguenza. Mondiali dilettanti nel 2023 e nel 2025. E soprattutto il Campionato Europeo a squadre vinto con l'Italia nel luglio 2025, finale chiusa 6.5-0.5 contro la Danimarca: oggi è ancora la sua vittoria più sentita. "Quando giochi per il tuo Paese," dice, "non stai più competendo soltanto per te stesso. Senti di portare con te la storia, i sacrifici e il lavoro di tutte le persone che ti hanno aiutato ad arrivare fin lì." Vivere all'estero, racconta, ha reso il sentimento più forte, non più debole. Più sei lontano, più capisci da dove vieni.
Le scuole hanno avuto un peso enorme. Southlands a Roma, St. Edwards a Malta, poi Whitgift, poi Reeds. Posti dove lo sport non era un'eccezione da gestire ma una parte normale della crescita di uno studente. "Ho avuto la fortuna di incontrare insegnanti e dirigenti scolastici capaci di comprendere davvero cosa significhi crescere inseguendo un sogno sportivo senza rinunciare alla formazione accademica," dice. È un dettaglio che in Italia si capisce poco. Da noi lo sport agonistico e la scuola spesso si guardano in cagnesco. Nei contesti anglosassoni, soprattutto in quelli giusti, si parlano. Fantinelli è il prodotto di quel secondo modello.
Princeton non era inevitabile. L'Ivy League non assegna borse di studio atletiche. Frequentare Princeton costa quasi 95.000 dollari l'anno, e nessuno paga la retta perché un ragazzo sa giocare a golf. Ci si arriva perché ti vogliono: per i voti, per il profilo, per chi sei come studente prima ancora che come atleta. Una volta dentro, Fantinelli ha fatto qualcosa di raro: nei suoi quattro anni ha vinto il premio di Rookie of the Year da matricola e poi tre Player of the Year consecutivi. Numeri così non si mettono insieme per caso.
Il Covid è stato la parentesi dentro la parentesi. Tornato a Roma per qualche mese, ha allestito in giardino una piccola area di allenamento: una rete per gli approcci, una zona putt. Niente di sofisticato. Eppure è quel periodo a tornare in modo netto nei suoi racconti, non come trauma ma come scoperta. "Mi sono reso conto di quanto fossi fortunato." Allenamenti improvvisati, ma anche il calore di un ritorno a casa dopo anni in cui era stata la famiglia a doverlo raggiungere altrove.
Negli anni di Reeds ha costruito amicizie che oggi sono ancora parte della sua vita. Ha incontrato famiglie inglesi che lo hanno accolto nei momenti complicati, soprattutto post-lockdown. Sono dettagli che in un comunicato non finiscono mai, ma che spiegano perché Fantinelli, oggi, parla con una maturità rara per la sua età.
Sul campo, il suo maggio è densissimo. Esami a Princeton, consegna della tesi, e il 18 maggio il Columbus Regional ospitato dall'Ohio State, dove si gioca l'accesso alla finale di Carlsbad (Omni La Costa Resort & Spa, 29 maggio-3 giugno). Come individuale, deve finire tra i migliori non affiliati a una delle cinque squadre che avanzano: percorso stretto in un campo di qualificati di alto livello, molti con borse di studio complete e quattro anni di preparazione alle spalle. Non impossibile, ma nemmeno una passeggiata. Lui la affronta da giocatore navigato. "Nel golf i ranking contano poco. Quando si mette la palla sul tee della buca uno, si è tutti nella stessa posizione." E poi una cosa che vale per tutti i giocatori di tutti i livelli, ma che non tutti sanno dire: "Bisogna mantenere la concentrazione e non concentrarsi sul risultato, ma su ciò che serve fare per raggiungerlo."
C'è poi la questione mentale. Maggio non è solo NCAA, è anche fine del percorso accademico, e questa volta il peso doppio invece di schiacciarlo lo libera. "Sento che il fatto di essere ormai vicino alla conclusione di una parte così intensa del percorso accademico mi stia dando grande serenità mentale. Nel golf la componente mentale è fondamentale: quando riesci a sentirti più leggero, più libero mentalmente, le cose fluiscono meglio." È raro sentire un ragazzo di ventitré anni dire qualcosa del genere a ridosso del torneo più importante della sua stagione. Di solito si dice il contrario, per scaramanzia.
Il modello, ovviamente, è Tiger Woods. Come per tutta la sua generazione. Ma con una sfumatura più matura di quanto ci si aspetterebbe. "Pur essendo un modello per tantissimi, penso che nessuno possa davvero 'essere' Tiger Woods. Ogni atleta ha la propria storia. Per me Tiger è soprattutto una fonte di ispirazione: mi ha insegnato che il golf non è solo tecnica, ma identità, disciplina e forza mentale." È la differenza tra venerazione e ispirazione. Una sa quando fermarsi.
L'Italia del golf non produceva un talento amatoriale con questa traiettoria dai tempi di Francesco Molinari, che vinse il campionato italiano amateur nel 2002 e nel 2004 prima di passare professionista. Sono passati più di vent'anni. Fantinelli non è Molinari, almeno non ancora, ma il percorso ha qualcosa di familiare: dominio nei tornei di riferimento, nazionale fissa, competizioni internazionali come banco di prova reale. E una famiglia che continua a produrre giocatori. Christian sta concludendo gli studi per arrivare anche lui negli Stati Uniti, per il golf e per l'università.
La domanda finale, quella sul dopo Princeton, riceve la risposta più onesta dell'intera intervista. "La verità è che ancora non lo so. Dopo quest'estate prenderò una decisione, sapendo che ho la fortuna di avere diverse opzioni e passioni." Non è una mancanza di chiarezza. È il segno di un ragazzo che ha tutto in mano. Pochi a ventitré anni possono permettersi di non saperlo.
C'è un'ultima cosa che colpisce, ed è una frase che pronuncia parlando di tutto quello che ha attraversato per arrivare fin qui. "Il golf mi ha insegnato molto più di uno sport. Mi ha insegnato indipendenza, resilienza, capacità di adattamento e gratitudine. Mi ha portato a crescere tra culture diverse, aeroporti, campi pratica e aule scolastiche." Non è una frase da press release. È una frase che vale dopo averla guadagnata.
L'estate dirà. Nel frattempo, c'è un Regional da giocare, una tesi da consegnare, e quattro anni di Princeton da chiudere come si deve.
Stanford aveva Tiger Woods. Princeton ha Riccardo Fantinelli. E dietro Riccardo Fantinelli, prima di tutto, c'è sua madre.